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This Is It

Sono una fan accanita da sempre, probabilmente da ancora prima di nascere. Ho sofferto molto per la sua morte, lo ritengo e riterrò sempre il più grande entertainer di tutti i tempi. Di sicuro, il talento più naturale e genuino che abbia mai visto e sentito. La prima visione del film (che poi era “la prima”, letteralmente) mi aveva sconvolto. Non lo vedevo così in forma da anni. Ho cercato in tutti i modi di dedurre il suo stato di salute dalla scioltezza dei movimenti, dalle espressioni del viso, dal suo modo di parlare. A mio parere, non stava così bene da molto tempo. Finito il documentario, sono uscita dal cinema e sono stata assalita da un fiotto di pensieri, che ha cominciato a vorticarmi in testa. Perplessità, dubbi, rimpianti, gioia, tristezza, senso di impotenza, di perdita, entusiasmo, voglia di fare qualcosa. Non c’è stato nulla da fare, non sono riuscita a metabolizzarlo e l’ho lasciato lì, a vegetare. Non sapevo trarre conclusioni.

Ieri sera l’ho visto per la seconda volta. E mi sono divertita.
Ho notato un sacco di cose che mi erano sfuggite, come il fatto che nella maggior parte delle coreografie storiche, come Thriller e Beat It, stesse solo marcando. E riusciva comunque a essere più preciso degli eccezionali ballerini che gli stavano dietro. Ogni movimento delle mani o dei piedi sprigionava un fascio luminoso ultraterreno. Era posseduto. Quando si immergeva negli arrangiamenti, nelle coreografie, mi ricordava la scena finale di Amadeus, in cui Mozart, in punto di morte, detta a Salieri il Requiem. Era già tutto nella sua testa, sentiva ogni singolo strumento contemporaneamente, creava le coreografie alla stesso modo, aveva una visione d’insieme assolutamente paranormale. Era schiavo del ritmo e della sua stessa musica. Tutto questo substrato di art from above si è palesato, secondo me, nel freestyle alla fine di Billie Jean. Lo fa da trent’anni, da solo. E’ suo. Non avrebbe avuto alcun motivo di stancarsi per provarlo. Eppure, incitato da venti persone dello staff lì, sotto il palco, ha fatto continuare i musicisti e lo ha eseguito tutto, con una precisione e un impegno spaventosi, sorridendo. Per venti persone, che alla fine ha ringraziato con un inchino, come avrebbe fatto con ventimila. E  scherza: “Per lo meno ci siamo fatti un’idea di come viene“.

A me non mancherà solo l’artista, onestamente.
Mi mancherà anche il personaggio.

Muscolo Di Grano

Ho poco a che vedere coi regimi vegetarianoveganomacrobiotici, anche se dovrei essere la prima ad abbracciarne (almeno) uno dei tre, dal momento che convivo da anni con una gastrite spaventosa e ho la tendenza a metter su peso con niente. Ma il cibo, per me, è molto più che sostentamento. In alcuni casi sfiora l’arte. Quindi, pur essendo una fervida e fedele sostenitrice della dieta mediterranea, apprezzo molto le novità e sono pronta a sperimentare.

Se c’è un alimento sul quale però non transigo, è la carne. Io, per intenderci, sono una di quelle che se non vede la goccia di sangue sgorgare dal centro della bistecca, va in depressione alimentare. Se parliamo di arrosti e brasati è un conto, ma se la carne tocca una padella o una griglia, ci deve rimanere il meno possibile, altrimenti il mio palato si offende moltissimo. Addirittura ammetto che, se dovessi scegliere tra un hamburger troppo cotto e un blocco di seitan che sa di carta assorbente, preferirei il secondo.

Date queste premesse, l’unico ristorante vegetariano in cui metto piede a Milano è Muscolo di Grano. Lì, davvero, non mi manca la carne grondante. E’ tutto buonissimo, mi rendo conto di poter mangiare tutto quello di cui ho voglia, perchè digerirò tutto alla perfezione, e con un apporto calorico veramente molto, molto ridotto. Gnàmmete!

Facciamo i precisini: il muscolo di grano di cui si parla è un impasto di farina di frumento, legumi, soia, acqua, olio e spezie. Vi posso garantire che proprio uguale al sapore della carne non è, ma ci va molto, molto vicino. Ma quello che colpisce non è tanto il sapore del muscolo di grano, è la consistenza. Quella sì, è identica a quella di un arrosto. O di una bistecca. O di uno spezzatino.

E così dal menu, che è ricchissimo, spuntano tortelli al ragu, lasagne, straccetti, paillard, persino il kebab. Tutto di muscolo di grano, ovviamente. La pasta è fresca, fatta in casa, come il pane. Le verdure e le materie prime arrivano da agricolture biologiche, niente di quello che usano in cucina è stato trattato, raffinato o geneticamente modificato.

Sabato sera mi sono divertita da morire, cenando con quadrotti di focaccia – integrale, ovviamente – con ripieno di verdure saporite, panzerotti ripieni di cipolla rossa, arrosticini al sesamo e patate al forno (che goduria mangiare quelle meravigliose monete gialle con la buccia!), il tutto sommerso nell’hummus di ceci, di zucca, di carota…

Per chiudere in bellezza, ho spazzolato una tarte-tatin di mele con una pallina di gelato alla cannella (di soia e senza grassi aggiunti, una meraviglia!). Mangiare un dolce del genere senza sentirsi in colpa, faceva dimenticare l’assenza del nemico numero uno, totalmente assente da tutto il menu: il burro.

Perciò è ovvio, se per colazione siete soliti iniettarvi i brownies direttamente in vena, non aspettatevi un trionfo di trigliceridi, anzi, al posto dello zucchero ho il lecito dubbio che usino l’agar agar, ma questo preferisco non saperlo. Dimenticatevi la cheesecake al cioccolato di California Bakery, o il cheeseburger di Seven (per i quali sì, potrei uccidere). Lì è un’altra cosa. Si mangia tantissimo, sanissimo, leggerissimo. I prezzi sono onesti e invece del vino, si beve sidro di mele. Assolutamente da provare, e da tornarci quando volete farvi una bella scorpacciata, ma siete a dieta :)

Questione di Trasporti

A Milano, ogni mattina, non importa se sei gazzella o leone: comincia a correre.

Vuoi forse prendere i mezzi pubblici? Allora, anche stamattina, potrai battere il gallo cantando prima di lui. Per i conducenti ATM e i responsabili del traffico pubblico, il Ritardo è una Cosa Seria. E’ un impegno preciso. E’ come fare un giro sul Blu Tornado di Gardaland: paghi il biglietto e poi chissà cosa succede.

Vuoi forse prendere la macchina? A meno che tu non sia estremamente fortunato o estremamente creativo, dovrai scomodare qualche santo per trovare un posto e pagare 6/7 Gratta&Sosta per poter far accomodare la tua vettura ed essere sicuro di tornare prima che scadano. Guardati bene dagli Ausiliari Della Sosta, che sembrano donne con la ricrescita, in realtà sono un esercito di vampiri. Perdi un sacco di punti carisma, se tenti di affrontarli.

Vuoi forse prendere la bicicletta? Anche a Gennaio? Sei assolutamente sicuro? Bene. ATM ha tolto tutti i pali per poterle legare, persino i cestini dell’AMSA sono appoggiati per terra. Se vuoi muoverti con la bici, usa il pratico Bike Auonagàna Sharing e vai sul sicuro. Posteggio sicuro (più o meno) e niente ritardi, visto che puoi circolare in scioltezza anche nelle zone pedonali.

Sì, beh, certo, ovviamente è ATM. Devo ammettere che le trovo carine, tutto sommato. Con questo color panna rassicurante, che sembra tanto un bianco già ingiallito dalle polveri sottili. Con quei graziosi paranocche, utili per frantumare i gomiti ai passanti ignari. Con quell’agglomerato dadaista davanti, che sembra più una cella carceraria per Barbie, più che un allegro cestino in cui riporre il pane appena comprato dal fornaio di fiducia.

E’ colpa nostra, non capiamo.
ATM lo fa per noi, per incentivare gli spostamenti a piedi, che fanno così bene alla salute! Chi non vorrebbe respirare a pieni polmoni l’aria mattutina di Viale Abruzzi?

Eccoci Qui

E sì che, nella mia vita, di blog ne ho avuti – e ne ho ancora – parecchi. Eppure non ricordo con che frase esordissi, non so cosa preveda la Netiquette in questi casi.

Ad ogni modo, stiamo parlando di un fuffa-aggregator, più che di un blog. Nella mia vita faccio la designer, ma poi fotografo, cucino, leggo, ascolto vagonate di musica, ne suono anche (a volte), dipendo dai telefilm, colleziono vestiti e adoro la moda, amo la mia città e mi soffermo, spesso, ad ammirarla. A volte persino io mi dimentico di amare alcune cose, perchè sono davvero troppe. Onestamente, ddio la vena creativa. Ti costringe a cercare stimoli in ogni dove.

Mi serve un posto dove appuntarli.